Jürgen Diestelmann
Martin lutero a giovanni paolo II
Una risposta immaginaria di Martin Lutero al Papa Giovanni Paolo II sull'enciclica Ecclesia de Eucharistia"
e contemporaneamente una domanda alla Chiesa della Riforma
Santo Padre!..... Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero..." [1]. Oggi, Lunedí della Prima Settimana di Pasqua, nelle nostre chiese è stata data una lettura tradizionale a queste parole del Santo Vangelo. Dopo i tragici eventi dei giorni precedenti, culminati il Venerdí Santo con la Crocifissione del Signore sul Golgotha, i discepoli di Emmaus se ne stavano tornando per le loro strade in preda a un'infinita tristezza. E proprio allora il Signore aprì loro gli occhi quando sedette a tavola con loro. Ora nei loro cuori era entrata la grande gioia per la Risurrezione del Signore. Ora anche loro potevano annunciare: Veramente il Signore è risorto!" [2].
Con questo messaggio e con questa gioia che riempie i fedeli cristiani nati dalla Pasqua, Le rivolgo il mio saluto e Le do la mia risposta sulla Sua enciclica del Giovedí Santo ed intitolata Ecclesia de Eucharistia". Anzitutto La ringrazio per il Suo continuo sforzarsi a far sentire forte nelle Sue comunicazioni la voce del Buon Pastore e Vescovo delle nostre anime [3]. In un'epoca in cui di una cosa del genere da Roma ci si poteva difficilmente accorgere, potei approfittare di questo compito come indegno strumento della Grazia Divina.
Ma vorrei ringraziarLa anche perché il Giovedí Santo con grande chiarezza e decisione Lei ha reso testimonianza al Mistero della Presenza del Corpo e del Sangue. Certamente Lei sa bene che per tutta la vita mi trovai a dovere continuamente e nuovamente difendere questa realtà sacramentale contro i tanti che la negavano. Con mio grande dolore anche ai miei tempi c'erano alcuni che pretendevano di interpretare le parole del Signore diversamente dal
Signore stesso secondo l'unanime testimonianza degli
Evangelisti. Tutti quanti falsificano con una diversa
interpretazione la grande Grazia del Sacramento hanno uno
spirito diverso dal nostro, come potei appurare a Marburgo
in un memorabile colloquio [4]. Questo non è lo Spirito di
Gesú Cristo. In questo santissimo Sacramento ci è dato il
Suo Corpo immolato sulla croce e il Suo Sangue sparso per
noi, per cui in tal modo noi otteniamo il perdono dei
peccati, la Vita e la Beatitudine Eterna [5].
Alcuni di costoro credevano di potersi appellare facendo riferimento a me. Ma poco prima che il Signore mi chiamasse da questo mondo terreno, manifestai chiaramente che tutto ciò avveniva a torto [6]. Questo debbo confermarlo anche oggigiorno, in quanto da lontano si va sostenendo la convinzione che sia evangelica" l'interpretazione soltanto simbolica" delle parole del Signore[7]. Ho sempre appassionatamente sottolineato la reale presenza del Corpo e del Sangue di Gesú Cristo nel Pane e nel Vino consacrato, naturalmente senza cercare di spiegare questo Mistero con i mezzi offertimi dalla filosofia e dalla sapienza umana. Cosí per esempio risposi nel 1543 a un'interrogazione rivoltami da alcuni Cristiani di Venezia, che noi non respingiamo assolutamente come eretica la dottrina della Transustanziazione, ma la consideriamo soltanto un sofistico materiale di discussione dei teologi scolastici senza bisogno di soffermarci a lungo se altrove vi si crede o no [8]. Una discussione se la sostanza del pane e del vino rimanga ancora o meno dopo la consacrazione, mi sembra una questione di lana caprina. Resta comunque certo il fatto principale: che si proclami e si creda nella Presenza reale e sostanziale (del Corpo e del Sangue del Signore).
Sotto questo riguardo, anche oggi, tra tutti quanti professano la fede nella Presenza reale del Signore nel Sacramento, c'è un'ampia unità, una vera ecumenicità e cattolicità. Perché al di là delle frontiere dei limiti confessionali esistenti noi professiamo, insieme alle Chiese orientali e ortodosse, come anche alla Chiesa di Roma, il Credo di Nicea [9], e diciamo perciò nella Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica".
Questo ci ricorda che sino al primo millennio, nelle
questioni di fede, esisteva un'ampia Unità cattolica [10].
Ora, dopo una simile dolorosa separazione in seguito a
questi fatti, può chiedo io una singola chiesa
confessionale pretendere di essere l'unica cattolica?
Possono le decisioni di fede prese in seguito da una
parte della Chiesa essere senz'altro impegnative anche
per le altre? Dal punto di vista delle nostre, ad
esempio, ne fanno parte le decisioni dei Concilii di Trento e quelle del Vaticano (II?).
Ma mentre da parte nostra cercavamo di ricondurre la Chiesa alla pura fonte della Parola di Dio, in mente non avevamo null'altro che ricondurla alla vera cattolicità, dopo essere stata purtroppo oscurata da alcune deviazioni nei secoli del Medio Evo. Per questo ai miei tempi si poté menzionare Wittenberg, occasionalmente la gloriosa Città di Dio, sede e fortezza della vera dottrina cattolica" [11]. Questa importanza di Wittenberg naturalmente non venne omessa soltanto da parte romana, ma nei tempi posteriori purtroppo ampiamente dimenticata anche da coloro che si professano evangelici. Ma molti dei miei discepoli si sono sempre mantenuti fedeli a questi nostri sentimenti cattolici.
Proprio in quel periodo in cui aveva luogo il Concilio di Trento,
i nostri elaboravano quella Formula Concordiæ". Un confronto
dei decreti del Concilio di Trento sull'Eucaristia, che Lei ora
torna a confermare, con le dichiarazioni di questa Formula
Concordiæ" mostra che gli anatemi pronunciati a Trento
colpiscono solo in minima parte la nostra posizione, ma
piuttosto le dottrine uscite originariamente dalla Riforma
Svizzera. Da queste ci differenzia il fatto che anche noi
celebriamo l'Eucaristia con quel misto di stupore e di gratitudine
con cui anche Lei ha scritto la Sua ultima enciclica. Sono
profondamente addolorato di dovere vedere attualmente che in
alcuni luoghi coloro a cui in forza della loro Ordinazione venne
conferito il potere di rappresentare Cristo sull'altare (vice et loco
Christi") [12] non celebrano la consacrazione con lo stesso
reverenziale rispetto come ai miei tempi era ovvio farlo nella
comunità della Chiesa di Wittenberg [13]. Effettivamente doveva esser ovvio che la Chiesa
offrisse un'accurata attenzione al Mistero Eucaristico. In questa Santa Cena non doveva
avvenire nulla che non fosse in conformità alla Volontà del Fondatore il Nostro Signore e
Salvatore Gesú Cristo.
L'impegno a simile accurata attenzione nasce dalla consapevolezza che è Cristo stesso che, con le sue stesse parole pronunciate dal presbitero sul Pane e sul Vino per la forza del primo inserimento aziona la Presenza del suo Corpo immolato sul Golgotha e del suo Sangue che diventano Pane e Vino. In quella formula di concordia si citavano perciò le parole del Santo Padre della Chiesa Crisostomo: Le parole sono pronunciate dalla bocca del sacerdote, ma per la forza e la Grazia di Dio, quando dice questo è il mio pane', gli elementi presentati si trasformano nella Santa Cena" [14] . Le sante offerte cosí consacrate vengono poi distribuite ai credenti nelle nostre chiese secondo l'ordine dato da Cristo stesso per la remissione dei peccati. Perché il Signore ha immolato Se stesso sul Golgotha perché i credenti, mangiando il suo Corpo immolato per noi e bevendo il suo Sangue sparso per noi, abbiano insieme la remissione dei peccati e la vita e beatitudine eterna. Per questo già allora chiamammo tutti i credenti, contrariamente alle consuetudini generali, a ricevere spesso il Santo Sacramento dell'altare [15] e questa esortazione fu ascoltata e accettata. Ecco qui custodita sino a tutto oggi l'apostolicità dell'Eucaristia, ovunque ciò avviene in questo modo nelle nostre chiese.
Questo è vero anche per l'apostolicità del ministero spirituale. Alla memorabile Dieta Imperiale ad Augusta nel 1530 i nostri proclamarono come dottrina impegnativa che nella Chiesa nessuno deve insegnare o amministrare Sacramenti, se non è validamente chiamato" (nisi rite vocatus") [16], cioè secondo gli ordinamento della Chiesa sin dai tempi piú antichi. A quei tempi c'era ancora la speranza che questo potesse forse accadere anche tramite quei vescovi canonicamente consacrati che fossero disposti a tollerare la dottrina evangelica. Ma purtroppo allora il ministero episcopale era ancora ampiamente nelle mani di gente che fin troppo spesso tralasciavano il loro dovere pastorale di pascolare con il Vangelo il gregge di Cristo. Questa esperienza fu per noi straordinariamente dolorosa ed io so, Santo Padre, che ciò addolora molto anche Lei, ogni volta che accade che i Vescovi tralascino il Vangelo per trascinare nell'errore il gregge loro affidato.
Cosí ai miei tempi i Vescovi procedettero contro i nostri con crudeli persecuzioni. Noi non li potevamo riconoscere come veri Vescovi, dato che spesso consideravano piú urgenti gli interessi politici dei dominatori ed altri problemi che non la missione che Dio aveva a loro affidato di annunciare al popolo il Vangelo. Sí, il titolare di allora della Sede Vescovile di Roma ci paragonava ai cinghiali selvatici come dal Salmo 80, 14 che devastavano la vigna del Signore, mentre noi eravamo completamente animati dalla missione di rimettere sul candelabro la luce della Fede che in molti cuori si era andata spegnendo. Quelle parole ci sembravano come se pronunciate dalla bocca dell'Anticristo.
Ma quando i Vescovi chiamati diventano essi stessi eretici e nemici del Vangelo, la Chiesa non ha soltanto il diritto, ma anche il dovere di conferire l'ordinazione dei propri pastori (o presbiteri) ad altri Ministri della Parola che insegnino rettamente e rettamente amministrino i Sacramenti [17]. In tal caso non è indispensabilmente necessaria l'ordinazione vescovile, anche se questa possa essere un bel segno dell'ordinamento ecclesiale.
Quando, nel Novembre 1536, il Legato Pontificio Paolo Vergerio si fermò a Wittenberg su incarico del Papa Paolo III, si informò se noi ordinassimo anche dei sacerdoti. Allora gli indicai il mio fratello di Pomerania Johannes Bugenhagen [18], perché il suo esercizio del Ministero era effettivamente degno di un vescovo: centinaia di giovani teologi, che venivano inviati da Wittenberg ai loro futuri uffici parrocchiali erano stati da lui ordinati mediante l'imposizione delle mani e la preghiera [19]. Non fu perciò la successione episcopale, ma la giurisdizione episcopale dei vescovi medioevali che si spense allora. Perché i sovrintendenti da noi insediati assunsero allora al loro posto il servizio episcopale di pascolare il gregge. Noi dunque mantenemmo la successione del ministero spirituale. Per questo scrissi nel mio Grande Commento alla lettera ai Galati: C'è dunque una doppia vocazione divina, una indiretta e una diretta. ... Gli Apostoli sono chiamati direttamente da Cristo; cosí come i profeti nell'Antico Testamento sono chiamati direttamente da Dio. In seguito gli Apostoli chiamarono i loro discepoli, come fece Paolo con Timoteo e con Tito, ecc. Questi poi chiamarono i vescovi, come si legge nella lettera a Tito, I, e i vescovi poi chiamarono i loro successori, sino ai nostri giorni. E cosí si continuerà fino alla fine del mondo. Questa è lavocazione indiretta, perché avviene con la mediazione umana, pur essendo divina" [20]. Questa successione del santo Ministero in fedeltà al vangelo doveva essere riconosciuta da tutti i cristiani di buona volontà. Anche le ordinazioni avvenute presso di noi sono valide in base al diritto divino (de iure divino"). Ovviamente debbo ammettere che questo stato di fatto venne trascurato (o tralasciato) dagli sviluppi successivi.
Nella Sua enciclica, Santo Padre, ha pensato anche alla Beata
Madre di Dio Maria. Quando Lei scrive del rapporto
interiore che lega la Chiesa all'Eucaristia", pensiamo
ovviamente anzittutto a quelle parole da esse pronunciate ai
servitori alle nozze di Cana: Fate quello che vi dirà" [21].
Cosí pure anche noi miriamo, nella celebrazione della Santa
Cena, a fare tutto quanto Egli ha incaricato alla Chiesa di
fare con il suo ordine: Fate questo in memoria di me" [22].
Ovviamente, oggigiorno ricordare la Madre di Dio a molti che desiderano essere evangelici sembra molto scabroso. A loro qui sfugge che il Vangelo stesso descrive il ruolo che Dio stesso ha affidato a Maria nell'ambito del Suo disegno di salvezza. In me è tanto fisso ed incrollabile il fatto salvifico che Dio Cristo divenne veramente ed effettivamente uomo di questa terra, quanto certa è per me la verità di fede che Maria, dalla quale è nato Cristo, è veramente ed effettivamente Madre di Dio. Ho sempre energicamente difeso quell'antica dottrina comune delle Chiese d'Oriente e d'Occidente della Madre di Dio (Theotokos) come proclamata nel 431 al Concilio di Efeso nella lotta contro Nestorio e condannato quindi l'alterigia di Nestorio [23]. Ed anche che Maria è «sempre vergine» (semper Virgo), per me lo è sempre stata [24]. Negli scritti di professione dei nostri anche questo viene espressamente e chiaramente menzionato [25].
Certamente Lei avrà già avuto occasione di leggere il mio scritto »Traduzione in tedesco e Interpretazione del Magnificat«, che pubblicai nel 1521 [26]. Parecchi cristiani di sentimenti cattolici nelle diverse confessioni hanno letto con piacere questo scritto, perché esso rende testimonianza della mia grande stima della Madre di Dio e perciò esso fu sempre definito uno degli scritti più belli della letteratura mariana. Io voglio che si tenga sempre in grande onore la Vergine Madre di Dio, perché Dio stesso l'ha talmente onorata solo però che non la si ponga sullo stesso piano di Cristo o addirittura al di sopra di Lui [27]. Alla Madre si deve certo onore, ma mille volte di piú suo Figlio, perché Dio stesso le ha concesso di diventare la Madre di Dio e noi le dobbiamo questo onore, la dobbiamo venerare e tenerla in grande considerazione. Dalla sua intercessione la veneriamo come gli altri santi [28], ma noi non la invochiamo. Nelle nostre chiese, anche dopo, ai Vespri, ogni giorno si cantava sempre il Magnificat. Mi rammarico fortemente che nella Chiesa che d'altronde completamente contro la piena manifestazione della mia volontà si vuole chiamare luterana oggi si dia cosí poca attenzione alla Santa Madre di Dio.
Nella Sua enciclica Lei ha anche affrontato il problema della comunità eucaristica di membri delle Chiese separate. Sia pure partendo da presupposti diversi, sono d'accordo con Lei, che ad una comunità del genere non sia lecito stare all'inizio di un processo di riunificazione cui si deve aspirare, ma debba essere piuttosto il suo scopo e coronazione. Nel 1533 cosí scrissi ai cristiani di Francoforte sul Meno, che ritenevano di celebrare comunitariamente anche se non tutti erano uniti nella fede nel Sacramento: È terribile che in una chiesa o ad un altare due parti ricevano un Sacramento e una parte creda di ricevere solo pane e vino, e l'altra parte creda di ricevere il vero Corpo e il vero Sangue di Cristo" [29].
Alla Dieta imperiale di Augusta nel 1530 i nostri, pubblicamente ed impegnativamente, dichiararono: Per la vera unità della Chiesa cristiana basta che si annunzi concordi e con retta comprensione il Vangelo e che si amministrino i Sacramenti secondo la Parola del Signore. Per la vera unità della Chiesa cristiana non è perciò necessario che si celebrino dovunque le stesse cerimonie celebrate da uomini" [30]. Una simile unità è una testimonianza convincente di vera cattolicità come penso piú convincente che non l'aspirazione o addirittura l'esigenza di un'organizzazione ecclesiale esternamente unitaria e visibile.
In questo senso desidero riprendere nuovamente il racconto evangelico del pellegrinaggio dei discepoli di Emmaus e fare una similitudine: quelli nella loro via erano ancora pieni di tristezza, perché non avevano ancora capito la volontà del Signore, e pensavano che d'ora in poi dovevano andare da soli per la loro strada. Ma non avevano ancora riconosciuto che sul loro cammino Egli era con loro. Ma quando essi presero cibo con Lui, si aprirono loro gli occhi. Egli si manifestò loro nel pasto. Cosí anche quelli che nelle chiese separate celebrano la Cena spesso sono tristi per essere separati. Ma il Signore è presente nel loro cammino. È con loro con la sua Parola, e presente nel Sacramento. Nella celebrazione del santo Sacramento dell'altare si dà loro qui in terra la pregustazione della Cena che avrà il pieno completamento nel cielo. Beati gli invitati al banchetto di nozze dell'agnello!" [31].
Lunedí di Pasqua 2003
Martin Luther, dottore nelle Sacre Scritture
Traduzione italiana di Mario Salvatore Manca di Villahermosa. Milano, 02.12.2003
e-mail an: "Luther in Braunschweig"
[1] Lc. 24, 31
[2] Lc. 24, 33
[3] 1 Pt. 2, 25
[4] v. Köhler, Zwingli e Lutero II (QFRG7), 1953.
[5] v. Piccolo Catechismo, BS (Professione di Fede della Chiesa evangelico-luterana, 2 ristampa, Göttingen, 1956), pag. 519, sqq.
[6] WA (Opere di Lutero, Edizione di Weimar) vol. 54, pag. 141.
[7] Cosí secondo alcuni commenti (stampa, radio, TV) all'enciclica Ecclesia de Eucharistia".
[8] WA Bfw. vol. X, pag. 331, cfr. WA 23, 459, 32 segg. BS pag. 452 e piú.
[9] BS, pag. 26, segg.
[10] WA VI, pag. 509, "De captivitate babylonica", 1520 ...Ma la Chiesa per mille duecento anni ha avuto la retta fede e
i santi padri non fecero mai menzione della transustanziazione... finché nella Chiesa prese a diffondersi rapidamente
quell'ipocrita filosofia aristotelica negli ultimi tre secoli, in cui venivano fissate erroneamente molte altre cose" (traduzione dal latino).
[11] Questa l'iscrizione latina in un'intagliatura in legno della bottega di Cranach, verso il 1588: Wittenberga, Gloriosa Dei Civitas, Sedes et arx veræ Doctrinæ Catholicæ, septemviratum Saxonici Metropolis, Academiarum in Europa Clarissima, et postremi millenarii Locus longe sanctiss:".
[12] Cum verbum Christi, cum sacramento porrigunt, Christi vice et logo porrigunt" (BS pag. 240.
[13] Jürgen Diestelmann, Con la massima reverenza. Il servizio della Santa Cena nella tradizione luterana (conferenza del 17 Aprile 1999 alla Sessione Primaverile della Riunione delle Chiese a Neumünster su Bibbia e Professione di Fede nei territori del Nord Elba, 1999, vedi anche Chemnitz, Examen... ed. Preuss., pag. 231: Lutherus etiam contra Lovanienses artic. 16 vocat Eucharistiam Sacramentum venerabile et adorabile. Et in 47. cap. Genesis. Nos non tantum orantes, sed et baptizantes, absolventes et absoluti, et accedentes ad sacram synaxin, quin etiam at recitationem promissionis aut textus Evangelii, genua flectere, vel saltem stare debemus, in signum adorationis, sive reverentiæ et gratitudinis. Et si in Cna Dominica nihil aliud porrigetur præter panem et vinum, sicut Sacramentarii blasphemant, tamen est ibi promissio, et vox divina, et Spiritus sanctus per verbum in Cna. Ideoque decebat nos cum reverentia accedere. Quanto vero magis id fieri par est, quando credimus adesse verum corpus et verum sanguinem cum verbo? Hæc Lutherus".
[14] BS, pag. 998 (Formula Concordiæ Solida Declaratio, VII, 76).
[15] ... perché ora abbiamo la retta comprensione e la dottrina del Sacramento, è necessaria anche un'ammonizione e uno stimolo a non abbandonare invano questo grande tesoro, sicché lo si distribuisca quotidianamente ai Cristiani; a fare in modo, cioè, che tutti quanti si ritengono cristiani, ricevano spesso questo sacramento" (Grande Catechismo, BS
pag. 715).
[16] BS pag. 69. CA XIV: De ordine ecclesiastico docent, quod nemo debeat in ecclesia publice docere aut sacramenta
administrare nisi rite vocatus".
[17] BS 489 segg., in particolare pag. 491.
[18] Julius Köstlin, Martin Luther, sua vita e suoi scritti, secondo volume, Berlino 1903, pag. 373. Cfr. 1, Vogt, Karl August Traugott, Johannes Bugenhagen, Elberfeld 1867, pag. 364.
[19] Registro degli Ordinati di Wittenberg 1537 - 1560
[20] WA 40,/1, pag. 59, 14 23. Questa è citazione di Georg Kretschmar. La riscoperta del concetto della "Successione degli Apostoli" nell'ambito della Riforma. In "Chiesa alla scuola di Lutero", scritto commemorativo per D. Joachim Heubach, Erlangen 1995, pag. 242.
[21] Gv. 2, 5.
[22] 1 Cor. 11, 24 (e citazioni parallele).
[23] Ad es. WA53, 642, WA 36, 60 segg.
[24] Ad es. WA 7, 599; WA 10, 3, 432; WA 12 458; WA 45, 436; WA 46, 226.
[25] BS pag. 54, 1; pag. 414; pag. 806, 12; pag. 1024, 24 e più.
[26] WA 7, 544 604.
[27] Cfr. BS pag. 322, 27.
[28] Ibidem.
[29] WA 30, 3, pag. 564, segg.
[30] CA VII, BS pag. 61.
[31] Ap. 19, 9.